Quando l’amore fa male

Non tutte le relazioni amorose, hanno solo aspetti positivi. Spesso, infatti, ci si accorge di essere all’interno di un rapporto complicato, che provoca malessere in entrambi i partners. Tale situazione può degenerare in un vero e proprio rapporto patologico, che sconfina nell’ossessione e nella possessività. Ecco allora che si parla di Stalking. Esso può presentarsi mediante varie modalità (telefonate continue, tempeste di messaggi, pedinamenti e aggressioni fisiche) (Caretti e Craparo, 2011). Volendo fornire una definizione, è possibile intendere lo stalking come una relazione patologica in cui un individuo (lo stalker) mette in atto un comportamento assillante, intrusivo e indesiderato, di approccio, intimidazione e controllo verso una persona (la vittima), nella quale si genera una condizione di paura tale da comprometterne la salute psichica, fisica e sociale (Caretti e Craparo, 2012). Attraverso pedinamenti, appostamenti, telefonate indesiderate, invio di lettere, e-mail, sms o minacce scritte, verbali o fisiche, lo stalker tenta ossessivamente di entrare in contatto con la vittima, con il fine ultimo di esercitare potere e controllo su di lei.

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Nonostante la diffusa incidenza del fenomeno tra i giovani, esso viene sottovalutato. Purcell, Flower e Mullen (2009) ipotizzano che ciò sia dovuto al fatto che spesso gli adolescenti attribuiscano poca importanza ad alcuni comportamenti comuni e diffusi che si verificano al termine di una relazione amorosa (disperarsi e non accettare la fine della storia).In seguito allo sviluppo della tecnologia, risultano essere maggiori i casi di stalking, ed è qui che può essere introdotto il termine di cyberstalking. In questo caso, le potenziali vittime vengono trovate direttamente sul Web attraverso social network, smartphone e altri mezzi di comunicazione. Ciò che si verifica è una tendenza da parte della vittima a minimizzare le possibili conseguenze derivate da una relazione on-line. Tale tendenza conduce la vittima a sopravvalutare altresì le proprie capacità per far fronte alla situazione pericolosa di fronte alla quale si trova. Solitamente questo fenomeno è maggiormente diffuso in età adolescenziale, tanto che occorrerebbe un supporto esterno per facilitarne la comprensione. Gli effetti sulla vittima possono essere devastanti: oltre la paura, l’ansia e i cambiamenti nello stile di vita, possono verificarsi disagi più gravi, come depressione e ideazione suicidaria.

Ma cosa può fare una vittima? Inizialmente, potrebbero essere attuate diverse strategie di coping per far fronte alla situazione problematica nell’immediato. Con il termine coping si fa riferimento all’insieme di strategie emotive e comportamentali messe in atto dal soggetto al fine di fronteggiare e adattarsi a situazioni fonte di stress. A seconda dell’esito positivo o negativo, il coping potrà essere definito funzionale (adattamento) o disfunzionale (aumento dello stress). Cupach e Spitzberg (2004) hanno distinto 5 categorie di coping messe in atto dalla vittima.

Tra le strategie disfunzionali troviamo:

  • Andare incontro: cercare di far ragionare lo stalker. Generalmente questa strategia è destinata a fallire
  • Andare contro: la vittima cerca di dissuadere il molestatore, attraverso reazioni aggressive (ad esempio, lo ferisce o lo minaccia). Questa reazione, risulta spesso controproducente per l’incolumità fisica della vittima.
  • Movimento orientato verso l’interno: la vittima può reagire ricercando momenti di distrazione o assumendo farmaci e droghe.

Tra le strategie funzionali ritroviamo:

  • Allontanarsi: ad esempio non rispondere più alle chiamate dello stalker, cambiare numero di telefono, abitazione.
  • Movimento orientato verso l’esterno: ovvero la tendenza a ricercare un aiuto esterno (forze dell’ordine, psicologo, amici, familiari).

Tali strategie, se utilizzate da sole, non producono esiti positivi nel lungo termine. Di conseguenza, successivamente, sarebbe opportuno per la vittima rivolgersi alle forze dell’ordine, denunciare i fatti accaduti (secondo l’art. 612bis c.p.) e iniziare un percorso di supporto psicologico, in modo tale da ridurre gli effetti del trauma subìto.

 

Dott.ssa Federica Argentano – Dott.ssa Simona Mollica

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